lettera-i-teschiIncantevole città, incantevole cimitero. Questa legge non scritta sembra valere anche per Ravenna, preziosa città, designata per tre volte capitale dell’Impero Romano d’Occidente, palcoscenico dell’iconologia cristiana, espressa in maniera sublime negli innumerevoli e pregiatissimi mosaici che adornano la città. Molto più giovane (1817) ma non meno prezioso è il cimitero Monumentale della Città, pura essenza del Risorgimento ravennate, costruito ad immagine delle Certose dell’epoca, soprattutto lombarde. Posto lungo la via del mare, accanto al canale Candiano, il Monumentale accoglie il visitatore con un’ampia vista panoramica della sua sontuosa facciata d’ingresso: mattoncini rossi, doviziosi decori e turchesi ceramiche tesi a incorniciare le alte volte a crociera e a botte del calpestio del porticato principale. Dall’arcata principale, volgendosi a destra potrete da subito ammirare il busto di un illustre ravennate, Angelo Mariani, noto compositore e direttore d’orchestra, meritevole di aver portato per primo l’opera di Wagner in Italia. Proseguendo troverete ampi spazi verdi e altrettanti squarci artistici, con tombe di pregevole fattura. Sarà curioso, inoltre, se lo vorrete, ricercare un singolare epitaffio, poco felice, che recita così: ”Viator Viator, quod tu es, ego fui. Quod nunc sum, et tu eris”. (Pellegrin che guardi a me, io ero come te, un bel di’ sarai com’io, pellegrin Addio Addio). Da visitare, senza dubbio. Ma un appunto sembra doveroso, un piccolo neo che si spera possa essere presto rimosso: lo stato di abbandono dello stabile e di alcuni monumenti funerari, che sebbene continuino a sprigionare prepotentemente i fausti della loro antica bellezza, meriterebbero sicuramente maggior cura. La questione, con nostro sollievo, è molto a cuore dei ravennati e sembra essere in via di risoluzione.

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TOMBA DI DANTE ALIGHIERI

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Lo strazio e la desolazione dell’esilio in versi. E’ questo ciò che ci ha lasciato Dante nel diciassettesimo canto del Paradiso, quando con la sfolgorante forza espressiva della lingua volgare illuminava le menti di tutti su “come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. La lontananza da Firenze per il Sommo Poeta fu sempre greve ed amara e forse nessun esule fu più tormentato, irrequieto e desolato di lui.

8007468L’allontanamento dalla sua città, infuocata dalle sanguinarie lotte tra Guelfi e Ghibellini, lo portò a peregrinare da Verona a Ravenna, città in cui visse i suoi ultimi anni e in cui ultimò la sua opera più conosciuta, la Divina Commedia, nella quale si rintracciano tanti indizi sull’ispirazione creativa che Ravenna gli ha regalato. Ammalato di malaria, Dante morì nel settembre del 1321 a 56 anni. Seguì a Ravenna un funerale solenne durante il quale la salma del poeta fu collocata in un’arca lapidea in un portichetto laterale addossato alla Chiesa di San Francesco. Ma un personaggio di un tale spessore, così “rivoluzionario” e memorabile non poteva che continuare a scuotere gli animi anche dopo la sua “dipartita”. Appena 7 anni dopo il suo funerale tuonò infatti una pericolosa minaccia dal cardinale Bertrando del Poggetto, il quale, dopo aver fatto bruciare il dantesco “De Monarchia”, giudicandolo eretico promise di bruciare le stesse ossa del poeta e disperderne le ceneri. A questa lapidaria minaccia si aggiunse un’altra voce, quella fiorentina, forte nel rivendicare il possesso della salma. Fu per questo che i Frati Minori, temendo l’arrivo dei fiorentini, decisero di praticare un foro nel muro del chiostro, estraendone le ossa e conservandole gelosamente in gran segreto in una cassetta in legno; cassetta mai scoperta fino al 1865, anno in cui, durante alcuni scavi destò lo stupore di un muratore. Da quel momento le ossa ritornarono nuovamente nel suo glorioso sepolcro, illuminate da una preziosa lampada votiva settecentesca, alimentata dall’olio d’oliva toscano, regalato ogni anno dalla Città di Firenze in una manifestazione storica che si ripete ogni seconda domenica di Settembre. Sul suo sepolcro potrete leggere il suo epitaffio in versi, scolpito in latino:

“IURA MONARCHIE SUPEROS PHLAEGETONTA LACUSQUE / LUSTRANDO CECINI FATA VOLVERUNT QUOUSQUE SED QUIA PARS CESSIT MELIORIBUS HOSPITA CASTRIS / ACTOREMQUE SUUM PETIIT FELICIOR ASTRIS HIC CLAUDOR DANTES PATRIIS EXTORRIS AB ORIS / QUEM GENUIT PARVI FLORENTIA MATER AMORIS”

Traduzione: “I diritti della monarchia, i cieli e le acque di Flegetonte (gli Inferi) visitando cantai finché volsero i miei destini mortali. Poiché però la mia anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sto racchiuso, (io) Dante, esule dalla patria terra, cui generò Firenze, madre di poco amore”.

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